MEDIATRICE FAMILARE
L'Avv. Maria Alessia Di Leva, è mediatrice familiare, ha frequentato il master di formazione familiare della durata di 270 ore nel biennio 2016/2018. “La fine di un rapporto
sentimentale, con la conseguente rottura del nucleo familiare, porta automaticamente le persone a ricorrere immediatamente al giudice. Tuttavia, nella mia esperienza professionale di avvocato, nel corso degli anni ho potuto notare che il ricorso all'autorità giudiziaria non sempre si concilia con i bisogni e le sofferenze proprie della separazione. Nel momento della separazione la coppia tende a delegare all’avvocato ed al giudice la risoluzione delle loro questioni, quindi per evitare qualsiasi forma di dialogo, fa decidere ad un terzo l'assetto della propria vita futura e dei propri figli, spogliandosi in tal modo di tutte le responsabilità conseguenti. Molto spesso ho sentito frasi del tipo “preferisco che lo stabilisca il giudice, piuttosto che concederglielo io” , e ciò vale per qualsiasi decisione dall'assegno di mantenimento alle ore e ai giorni che il figlio deve trascorrere con uno dei due genitori. Il conflitto, infatti, dopo la fine del rapporto, è talmente elevato da escludere qualsiasi forma di dialogo, a completo discapito della stessa coppia, ma soprattutto a discapito dei figli. Tuttavia gli accordi adottati in sede giudiziaria,non sempre sono soddisfacenti, in quanto subiti dalla coppia. In alcuni casi ho potuto riscontrare che quanto deciso dal giudice ha finito per acuire la litigiosità piuttosto che regolarizzare i rapporti. Di qui il continuo ricorso all'avvocato, e di conseguenza all'autorità giudiziaria, insomma gli ex coniugi non si riappropriano mai della propria vita restano in un eterno limbo in attesa di decisioni altrui. E' evidente che quanto sopra, in una società dove la separazione e il divorzio o comunque la frattura del rapporto di convivenza, costituisce una scelta sempre più frequente questa decisione comporta situazioni anche altamente conflittuali dannose per l'equilibrio affettivo dei figli, in particolare ciò che crea maggior malessere nei minori non è la separazione di per sé, ma proprio il protrarsi del conflitto, lo stato di incertezza che lo stesso porta, in quanto tutto dipende dalla decisione di un terzo, seppur competente, ed ad ogni modifica decisa da tale terzo, i figli sono costretti ad affrontare nuove riorganizzazioni e stratificazioni dei loro legami familiari. Riflettendo su tali temi, mi sono avvicinata a questo “benefico” strumento che definirei di “utilità sociale” che è la mediazione familiare. Nel corso degli anni ho acquisito la consapevolezza, che la delicatezza delle problematiche che riguardano la famiglia, richiede una competenza più specifica rispetto a quella meramente giuridica. Infatti si tratta di prendere decisioni della vita futura delle persone e dei loro figli, nella loro sfera più intima e personale. Pertanto sono pienamente convinta che tali decisioni non possono essere demandate a terzi estranei: avvocati, giudici assistenti sociali, ma è la coppia che deve trovare le risorse per approdare ad accordi costruttivi che possano sopravvivere al futuro, devono elaborare in prima persona un programma di separazione soddisfacente per sè e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale. Naturalmente ciò può avvenire solo con un aiuto esterno che riattivi la comunicazione tra i componenti della coppia, un terzo estraneo neutrale e con una formazione specifica: il mediatore familiare.
Il mediatore familiare non è un giudice, non è un avvocato ma è colui che traduce e facilita la comunicazione tra le due parti coinvolte, attraverso regole chiare e condivise. Il mediatore al contempo deve essere colui che gestisce il disagio e la sofferenza della coppia e quindi deve accogliere maternamente, ma è anche colui che deve stabilire le regole del percorso intrapreso. La competenza e la professionalità del mediatore si svolge proprio nella sua funzione di guida e garante. Non emette giudizi, non prende le parti dell’uno o dell’altra, legge piuttosto nei loro occhi, ascolta dalle loro voci, coglie nei loro gesti. Deve avere un ascolto empatico ed un atteggiamento emotivamente equi-vicino alle parti. Durante il corso di mediatrice ho imparato che il conflitto che sta alla base della separazione visto da sempre in maniera negativa, può costituire, in realtà una risorsa preziosa per intraprendere un percorso personalizzato che mira al futuro, rendendo la coppia consapevole di essere genitori per sempre, pur non essendo più legati sentimentalmente. Il conflitto in sé non è né positivo né negativo: costituisce una forza naturale, necessaria per la crescita e il cambiamento. L’energia generata nel conflitto può essere utilizzata in modo costruttivo, anziché distruttivo e, quando i conflitti sono risolti in modo cooperativo anziché attraverso la contestazione, le relazioni possono uscirne migliorate e rafforzate. Nella mediazione familiare, il mediatore ha una posizione centrale e bilanciata tra i partecipanti, può aiutare le parti ad incanalare e combinare le loro energie al fine di elaborare soluzioni, anziché litigare, rinunciare o accettare un compromesso insoddisfacente. La sfida maggiore per il mediatore, a mio avviso, è quella di far comprendere alle parti che, anche se non sono più coniugi, restano sempre coppia genitoriale, e quindi fulcro centrale, punto di riferimento della vita dei figli. È importante per il mediatore far comprendere alle parti che si è genitori a vita e che i figli hanno bisogno del padre e della madre in egual misura. È fondamentale, durante tutto l’arco della mediazione diffondere la consapevolezza che i figli non costituiscono una sorta di merce di scambio da usare per colpire l’ex coniuge impedendo o quanto meno rendendo difficile gli incontri con l’altro genitore. Per fare ciò il mediatore deve avviare un processo comunicativo fra le parti, in modo che questi riprendano a parlarsi e a comunicare in modo corretto ed efficace. Il mediatore familiare è prima di tutto, quindi, un facilitatore della comunicazione e come tale ha un ruolo neutrale fra le parti, deve dedicare lo stesso tempo ad entrambi, non mostra di preferirne una o l’altra, è un soggetto con il quale la coppia genitoriale costruisce un “rapporto di fiducia” al fine di tener sempre presente i bisogni dei figli. E' una sorta di interprete della coppia, infatti spesso traduce, riformula, spiega con altre parole ciò che la stessa coppia ha difficoltà a comunicare. Lo stesso messaggio pronunciato da una tersa persona, emotivamente non coinvolta, può essere ascoltato in modo differente. Oltre a ripetere frasi, può essere necessario che il mediatore riformuli, in modo che chi parla si senta ascoltato e capito. Allo stesso tempo, il mediatore sta aiutando l’altra parte ad ascoltare e a comprendere e può darsi che questa risponda positivamente, invece che con aggressività. Sono certa, quindi, che il corso di mediatrice familiare ha modificato il mio approccio professionale verso le coppie che separo, ogni qual volta ricevo l’incarico professionale da parte di un coniuge, ORA ho ben presente l’importanza della fase pre-processuale, perché è in questa fase che si possono trovare le potenzialità per giungere ad un accordo.”